L’incendio che ha colpito le pendici e l’interno del Castello Svevo-Angioino rappresenta una delle ferite più gravi della storia recente della nostra città. Non si tratta soltanto della perdita di un patrimonio ambientale e paesaggistico di valore inestimabile, ma di un evento che impone una riflessione profonda sull’efficacia del sistema di prevenzione e gestione del territorio.
La domanda che oggi ogni cittadino ha il diritto di porsi è semplice e inevitabile: come è stato possibile arrivare a questo punto, a fronte di un affidamento quindicennale per la gestione delle aree della pineta comunale finalizzato alla tutela e alla valorizzazione ecosostenibile del patrimonio boschivo?
Dalle convenzioni emergono obblighi precisi e non interpretabili a carico del concessionario. Tra questi vi sono la cura e il miglioramento delle aree boscate nel rispetto delle normative e delle direttive degli enti competenti, la pulizia costante del sottobosco e dei tracciati antincendio, la manutenzione dei sentieri e delle aree di sosta, nonché il recupero delle zone degradate o percorse dal fuoco secondo le indicazioni degli uffici tecnici e degli enti regionali preposti.
È inoltre previsto un intervento strutturato sulla stabilità ecologica della pineta, attraverso la realizzazione e la manutenzione di fasce tagliafuoco, interventi selettivi sulla vegetazione e una gestione continua delle condizioni di sicurezza del bosco.
Accanto a questi obblighi operativi, il contratto prevedeva anche un preciso sistema di controllo: il concessionario era tenuto a presentare relazioni tecniche trimestrali sulle attività svolte, con la possibilità per il Comune di richiedere in qualsiasi momento ulteriori documenti e verifiche per monitorare la corretta esecuzione del servizio.
Se questi erano gli obblighi stabiliti, allora è legittimo chiedersi perché le pendici del Castello si siano trovate in condizioni tali da permettere la propagazione di un incendio di tale violenza.
La prima responsabilità riguarda naturalmente chi ha assunto l’impegno di eseguire le attività previste dal contratto. Tuttavia, sarebbe riduttivo e fuorviante fermarsi a questa sola dimensione.
Un contratto pubblico non si esaurisce con l’affidamento. Esiste infatti un preciso dovere di vigilanza in capo alla stazione appaltante, che comprende la verifica dell’esecuzione, i sopralluoghi, la contestazione di eventuali inadempienze, l’applicazione delle penali e, nei casi più gravi, la sospensione o la revoca dell’affidamento.
Alla luce di ciò, non basta chiedersi se il concessionario abbia svolto il proprio dovere. È necessario interrogarsi anche sul sistema dei controlli: chi era deputato alla vigilanza? Quante verifiche sono state effettivamente effettuate negli anni?
Chi ha certificato la regolare esecuzione delle attività previste dal contratto? Quali contestazioni sono state formalizzate? Sono state applicate penali? Sono stati effettuati sopralluoghi documentati? Ed è stato regolarmente versato il canone previsto dalla concessione (duemila euro all’anno)?
Queste domande non hanno carattere polemico, ma rappresentano il livello minimo di trasparenza che una comunità ha il diritto di pretendere di fronte alla perdita di un bene così importante.
Le responsabilità amministrative e quelle politiche devono essere tenute distinte, ma entrambe vanno chiarite. In caso di inadempienze contrattuali sarà necessario accertare le responsabilità del concessionario; in caso di carenze nei controlli andrà verificato il ruolo del RUP, del direttore dell’esecuzione, dei dirigenti e dei funzionari competenti.
Accanto a questi profili tecnici esiste una responsabilità politica più ampia: quella di garantire la tutela effettiva del patrimonio pubblico. Quando un bene storico e ambientale di tale rilievo viene colpito, non può bastare il solo cordoglio istituzionale. È necessario comprendere con chiarezza cosa non abbia funzionato.
Per questo motivo è indispensabile rendere pubblici gli atti fondamentali della gestione: il contratto, il capitolato, gli ordini di servizio, i verbali di controllo, le certificazioni di regolare esecuzione, le eventuali contestazioni e penali, nonché tutta la documentazione relativa agli interventi effettuati negli ultimi anni sulle pendici del Castello.
Solo attraverso la piena trasparenza sarà possibile stabilire se ci si trovi di fronte a un evento inevitabile oppure al risultato di criticità accumulate nel tempo: manutenzione insufficiente, controlli inadeguati o sottovalutazione del rischio.
La città non chiede polemiche, ma chiarezza. Non chiede supposizioni, ma documenti. Non chiede giustificazioni, ma responsabilità.
Perché quando bruciano le pendici e l’interno del Castello di Lucera non si perde soltanto un’area boschiva: si ferisce profondamente la memoria, l’identità e la credibilità delle istituzioni chiamate a proteggerla.
Chi aveva il dovere di intervenire deve dimostrare di averlo fatto. Chi aveva il dovere di controllare deve dimostrare di aver controllato. Chi aveva il dovere di decidere deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
La città ha diritto alla verità.
Tonio Fusco
