Giovani a Lucera: qualche riflessione e alcune proposte

In questi ultimi giorni si è sviluppato nella nostra città un timido dibattito sulla situazione dei giovani, sulle loro problematiche e su alcuni comportamenti che quotidianamente vengono segnalati.
Desidero chiarire subito una cosa: pur occupandomi da molti anni delle politiche giovanili, non possiedo una ricetta risolutiva per un problema così complesso. Ritengo però che affrontarlo con serietà sia un dovere di tutta la comunità.
Allo stesso tempo è giusto ricordare che la stragrande maggioranza dei giovani lucerini vive in modo responsabile, studia, lavora, pratica sport, svolge attività di volontariato e rispetta le regole. Sarebbe profondamente ingiusto identificare un’intera generazione con i comportamenti negativi di una minoranza.

Credo che il primo passo debba essere compiuto dalle istituzioni competenti: Comune, Piano Sociale di Zona, ASL, scuole, forze dell’ordine, parrocchie e tutte le organizzazioni del Terzo Settore presenti sul territorio. Sarebbe opportuno costituire un Tavolo permanente sulle politiche giovanili, che lavori in maniera continuativa e non solo quando emergono situazioni di emergenza.
Ogni intervento dovrebbe partire da dati oggettivi.
Al 1° gennaio 2026, secondo i dati ISTAT, i giovani residenti a Lucera sono:
• 16-20 anni: 1.672 giovani (881 maschi e 791 femmine)
• 21-25 anni: 1.741 giovani (901 maschi e 840 femmine)
• 26-30 anni: 1.629 giovani (830 maschi e 799 femmine)
Per un totale di 5.042 giovani tra i 16 e i 30 anni.

Naturalmente gli ultimi due gruppi di età sono probabilmente sovrastimati, poiché molti ragazzi studiano o lavorano fuori città pur mantenendo la residenza a Lucera.
Alcune considerazioni
La domanda che dovremmo porci è semplice: quali opportunità offre oggi Lucera ai suoi giovani?
Le criticità sono numerose.
Esiste una carenza di spazi pubblici realmente pensati per i giovani, dove incontrarsi, organizzare attività culturali, musicali, artistiche e ricreative.
A questo proposito sarebbe utile capire quale sia oggi la situazione del Laboratorio Urbano “Argento Vivo”, realizzato nell’ambito del programma regionale “Bollenti Spiriti” negli spazi dell’ex Enoteca Provinciale. Una struttura nata proprio per offrire opportunità di aggregazione, partecipazione e protagonismo giovanile e sulla quale sarebbe opportuno aprire una riflessione, per comprenderne lo stato attuale e valutarne un eventuale rilancio.

Manca spesso una programmazione continuativa delle politiche giovanili: molte iniziative sono episodiche e non costruiscono percorsi nel tempo, esiste un forte senso di sfiducia verso il futuro. Molti ragazzi percepiscono poche opportunità di lavoro e di crescita personale, si registra una crescente povertà educativa e relazionale: dopo gli anni della pandemia molti giovani hanno ridotto le occasioni di socializzazione positiva, le famiglie vivono spesso situazioni di difficoltà economica o educativa che rendono più complicato accompagnare gli adolescenti, la dispersione scolastica e l’abbandono precoce degli studi, anche quando non assumono forme estreme, restano fenomeni da monitorare.,molti giovani non conoscono le opportunità offerte dai programmi europei, dal volontariato, dalla mobilità internazionale e dai percorsi di formazione e le associazioni cittadine operano con impegno ma spesso in modo isolato, senza una rete stabile che metta insieme risorse e competenze.

A queste criticità se ne aggiunge una, forse meno visibile ma sempre più diffusa: la solitudine. Può sembrare un paradosso, ma nell’epoca dei social network e della connessione permanente molti giovani si sentono soli. Hanno centinaia di contatti virtuali, ma spesso pochi rapporti autentici con cui confrontarsi, condividere difficoltà, paure e speranze. La solitudine non riguarda soltanto chi è fisicamente isolato: può colpire anche chi vive in mezzo agli altri, ma non si sente ascoltato, compreso o valorizzato. Questo fenomeno può favorire disagio psicologico, ansia, dipendenze digitali e, in alcuni casi, comportamenti devianti. Per questo è fondamentale creare occasioni di incontro, rafforzare il senso di comunità e offrire ai giovani luoghi e relazioni significative.
Non basta costruire spazi; occorre costruire relazioni.
È evidente anche una crescente difficoltà nel dialogo tra generazioni: spesso adulti e giovani parlano linguaggi diversi e faticano ad ascoltarsi reciprocamente. La comunità adulta dovrebbe interrogarsi maggiormente su come avvicinarsi ai giovani, evitando giudizi affrettati e cercando invece di comprenderne i bisogni e le fragilità.

Un’altra riflessione riguarda il progressivo indebolimento di quelli che, per decenni, sono stati i principali punti di riferimento educativi della nostra società. La famiglia, la scuola, le parrocchie, il mondo dell’associazionismo, dello sport e, più in generale, l’intera comunità educante, oggi fanno spesso più fatica a svolgere il loro ruolo. Non si tratta di attribuire responsabilità a qualcuno, ma di prendere atto che sono cambiati i modelli educativi, i ritmi della vita, le relazioni familiari e sociali. Molti adulti si sentono disorientati quanto i giovani e faticano ad esercitare quella funzione di guida e di autorevolezza che in passato rappresentava un punto fermo nella crescita delle nuove generazioni. È quindi necessario ricostruire una vera alleanza educativa tra famiglia, scuola, istituzioni, parrocchie, associazioni, mondo dello sport e servizi sociali, perché nessuno può affrontare da solo una sfida così complessa.

Una domanda che dovremmo farci:
Da alcuni anni registriamo un dato che personalmente mi preoccupa molto.
Non riusciamo quasi più a coinvolgere giovani tra i 18 e i 29 anni nei progetti di Servizio Civile all’estero, nonostante prevedano un assegno mensile di circa 900 euro, oltre al vitto e all’alloggio.
Perché accade questo?
Le possibili spiegazioni sono diverse. Molti ragazzi non conoscono queste opportunità. Altri hanno paura di vivere un’esperienza lontano dalla famiglia. Alcuni non possiedono una sufficiente conoscenza delle lingue straniere. Molti non hanno sviluppato quella curiosità e quella fiducia necessarie per affrontare un’esperienza internazionale. Altri ancora sono scoraggiati, convinti che qualsiasi esperienza non possa modificare il proprio futuro.
Forse dovremmo anche chiederci se siamo riusciti, come comunità, a trasmettere ai giovani il valore dell’impegno civile, del volontariato e delle esperienze internazionali come strumenti di crescita personale, professionale e umana.
È un segnale che dovrebbe far riflettere tutti noi.

Alcune proposte operative
Naturalmente nessuna proposta, da sola, risolverà il problema. Tuttavia si potrebbe iniziare da alcuni interventi concreti:
1. Costituire un Tavolo permanente sulle politiche giovanili, con incontri periodici tra istituzioni, scuole, ASL, associazioni e rappresentanti dei giovani.
2. Realizzare una vera indagine sui bisogni dei giovani lucerini attraverso questionari e incontri pubblici.
3. Istituire una Consulta Giovanile realmente rappresentativa e coinvolta nelle scelte amministrative.
4. Creare uno Sportello Giovani che informi su lavoro, formazione, Servizio Civile, Erasmus+, Corpo Europeo di Solidarietà, tirocini e opportunità europee.
5. Recuperare e destinare ai giovani alcuni spazi comunali inutilizzati trasformandoli in luoghi di aggregazione, studio, coworking, musica, creatività e partecipazione.
6. Rilanciare il Laboratorio Urbano “Argento Vivo” o individuare nuovi spazi dedicati esclusivamente ai giovani.
7. Promuovere laboratori permanenti di educazione alla cittadinanza, alla legalità, all’affettività, all’uso consapevole dei social network e alla salute mentale.
8. Rafforzare la collaborazione tra scuola, famiglie, servizi sociali, ASL e associazioni per intercettare precocemente le situazioni di disagio.
9. Sostenere lo sport di base, la cultura, il volontariato e l’associazionismo come strumenti fondamentali per contrastare la solitudine e favorire relazioni positive.
10. Organizzare ogni anno una “Fiera delle Opportunità”, nella quale università, imprese, associazioni, enti europei e organizzazioni del Servizio Civile presentino ai giovani tutte le possibilità esistenti.
11. Costituire centri intergenerazionali nei quartieri, favorendo l’incontro tra giovani e anziani attraverso attività culturali, sociali e di volontariato.
12. Promuovere percorsi di ascolto psicologico, educazione emotiva e sostegno alle famiglie, coinvolgendo scuole, ASL e Terzo Settore, per prevenire il disagio prima che si trasformi in emergenza.
13. Coinvolgere direttamente i giovani nella progettazione delle iniziative, evitando di decidere sempre “per loro” senza ascoltarli.
Una responsabilità di tutta la comunità
Credo che il futuro dei giovani non possa essere delegato esclusivamente alle famiglie o alla scuola.
È una responsabilità condivisa che riguarda l’intera comunità: istituzioni, famiglie, scuola, Chiesa, associazioni, mondo dello sport, imprese e cittadini.
Se vogliamo che i nostri ragazzi rispettino la città, dobbiamo prima costruire una città che sappia investire sui propri giovani, offrendo loro occasioni concrete di crescita, partecipazione e responsabilità.

Il disagio giovanile non si affronta soltanto con controlli e sanzioni, che restano indispensabili quando vengono violate le regole. Si affronta soprattutto costruendo una comunità capace di educare, ascoltare, accompagnare e offrire opportunità. I giovani non rappresentano un problema da gestire, ma una risorsa sulla quale investire. Se sapremo restituire loro fiducia, responsabilità e speranza, saranno essi stessi i protagonisti del cambiamento della nostra città.
Questo vuole essere semplicemente un piccolo contributo al dibattito cittadino. Non ho soluzioni miracolose e sono consapevole della complessità del problema. Tuttavia sono convinto che, se istituzioni, famiglie, scuola, parrocchie, associazioni, imprese e cittadini sapranno lavorare insieme con continuità, senza limitarsi ad intervenire solo nelle situazioni di emergenza, Lucera potrà tornare ad essere una comunità capace di offrire ai propri giovani un futuro migliore.
Perché il futuro di una città si misura anche dalla capacità di prendersi cura dei suoi giovani.
“In oltre quarant’anni di impegno nel sociale e nelle politiche giovanili ho imparato che nessun ragazzo cambia perché gli viene impartita una lezione, ma perché incontra un adulto, un educatore, un’associazione o una comunità che gli offre fiducia, responsabilità e opportunità. È da qui che dobbiamo ripartire.

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